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Conclusione
Abbiamo assistito alla fondazione razionale dell'etica,
inoltrandoci in argomenti che, dopo duemila e trecento anni, ancora
suscitano commenti ed interpretazioni.
Ancora dubitiamo su quale dei due interlocutori sia il più
sapiente, quello al quale si potrebbe affidare in tutta tranquillità
la propria anima? (cfr.
Prt. 313a-314c).
In questo caso Platone riserva nell' epilogo l' insegnamento più
prelibato: Socrate rimette tutto in gioco, propone al sofista di
incontrarsi di nuovo per discutere che cosa sia la virtù,
e da lì discutere di nuovo se la virtù sia effettivamente
scienza.
Socrate rifiuta di considerare esaurito il tema.
Socrate non si accontenta di mettersi
in tasca la formula "virtù=scienza": l'importante
in una ricerca non è tanto la pura conclusione, quanto piuttosto
la sua costruzione.
Questo atteggiamento rivela uno straordinario senso di libertà
nei confronti delle suggestioni ingannatrici che possono derivare
non solo dalla figura carismatica di un sofista quale appariva Protagora
al giovane Ippocrate, ma anche dalla incisività di una tesi
considerata come acquisita una volta per tutte, senza neanche tener
conto delle premesse che la determinano.
Giovanni Reale (op. cit.pag. 220)
scrive che il dialogo "solo nella forma è aporetico
e solo per gioco di ironia finge di chiudersi allo stesso punto
in cui si è aperto".
Di fronte all' aporeticità
della conclusione abbiamo due possibilità:
(1) la prima è di ipotizzare
(non si sa su quali basi effettive), che in realtà
Socrate finga, e quindi che sia soddisfatto del risultato,
per quanto dica di non esserlo: in tal caso egli sarebbe due volte
irragionevole, sia perchè ritenendo di aver trovato un punto
fermo non indagarebbe oltre, sia perchè la convinzione che
virtù è uguale a scienza non deriverebbe da un ragionamento,
ma sarebbe pura fede (infatti Reale nella sua introduzione al dialogo
(op.cit.)
sostiene che Socrate non condivide di questa argomentazione la premessa
principale, cioè piacere=bene);
(2) la seconda possibilità è prendere
in parola Socrate, cercare di capire se egli cerca un tipo
di razionalità aperto, fatto di continue ricerche e confronti
e che non sa che farsene di un risultato definitivo, perchè
una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta (cfr.
Apol. 38a).
Sta ad ognuno di noi decidere
quale della due possibilità sia più consona al proprio
modello di ragione.
Per conto mio aggiungerò soltanto
che i risultati di qualunque esame, qualora non siano rimessi in
discussione, sono come "poeti che non si possono neppure interrogare
su quello che dicono" (Prt.
347 e).
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