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Il
coraggio come scienza del temibile
Dal ragionamento finora svolto Socrate trae
(Prt. 358d) la seguente massima: "nessuno volontariamente
si volge a ciò che ritiene male".
Applicando questo concetto al coraggio:
(1) Se un'azione è bella è anche utile, buona e piacevole
(2) Essendo la paura una certa aspettativa del male, per la dimostrazione
precedente nessuno farà qualcosa ritenendola pericolosa
(3) Quindi sia i coraggiosi che i vili affrontano solo cose che
sanno essere sicure
(4) La guerra è una cosa bella, dunque desiderabile e non
temibile
(5) I vili che la disertano non sanno che è una cosa bella
perché se lo sapessero la desidererebbero, e i temerari che
la desiderano senza sapienza sono dei pazzi e quindi non coraggiosi,
essendo la virtù cosa totalmente bella
(6) Dunque la viltà è l' ignoranza delle cose da temere
e di quelle da non temere
(7) Ma il coraggio è contrario alla viltà
(8) Dunque il coraggio è la scienza del temibile e del non
temibile
Questa conclusione confuta l'affermazione di Protagora: "troverai
uomini [...] ignoranti ma coraggiosissimi"
(Prt. 358 b), con la quale il sofista sosteneva la tesi della
diversità del coraggio rispetto alle altre
virtù.
Dal punto di vista formale la dimostrazione si divide in due
parti: nella prima si dimostra che il coraggio è
scienza, nella seconda che la viltà è ignoranza.
a) Se è impossibile consapevolmente rivolgersi
al male, allora è impossibile affrontare cose che si ritengono
pericolose (AB).
Se è impossibile affrontare cose che si ritengono pericolose,
allora si affronta la guerra sapendo che è un bene (BC).
Se si affronta la guerra sapendo che è un bene, si possiede
la scienza del temibile e del non temibile (CD).
b) I non coraggiosi (i vigliacchi e i pazzi temerari)
non affrontano la guerra sapendo che è un bene; dunque non
possiedono la scienza del temibile e del non temibile (-C -D).
→ conclusione
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